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La Strada Marenca

 Il nostro entroterra è percorso da innumerevoli vie e sentieri, ognuno con una sua storia, un suo fascino, una sua atmosfera.

Tra le strade più note e storicamente documentate, la Strada Marenca è quella che esercita maggiore interesse e, forse, anche maggiori suggestioni: già in un antico documento risalente al maggio del 1207, riguardante i patti stipulati tra gli uomini di Tenda e gli uomini delle comunità di Mendatica, Cosio e Pornassio sull’uso dei territori posti nelle valli del Tanarello e Neurone, si precisa che tale accordo è stato redatto in quodam pianellum, posto lungo la già esistente via di comunicazione.

Per secoli, un alone particolare ha avvolto questa strada: probabilmente la sua funzione di unire il mare alla pianura e alle vette inviolate che avevano quasi una valenza magica e spirituale, unita al fatto di attraversare un paesaggio suggestivo, ha finito per accrescere nella memoria e nella fantasia il ruolo e la funzione di questa arteria.

Ancora oggi, a dimostrazione di quanto asserito, gli abitanti dei luoghi - ed in particolare i pastori – dimostrano un’attenzione, quasi un rispetto, nel pronunciare quel nome che rappresenta confini, luoghi di incontri, di discussioni ed anche di scontri.

Importanti e significative sono anche tutte le interconnessioni tra questa via e una fittissima rete viaria minore che ha segnato la vita delle nostre comunità fino all’avvento delle strade carrozzabili: attraverso questa ragnatela di strade, che spesso avevano punti significativi di raccordo in quota, le comunità della Val Roja, della Valle Argentina, della Valle del Maro, della Valle Arroscia, della Valle del Tanaro e delle Valli del Monregalese, si sono incontrate, hanno sviluppato attività commerciali, diffondendo in quell’areale usi, tecniche di utilizzo del territorio, razze animali da allevamento, ma mantenendo ognuno la propria identità: basti pensare alla diffusione della pecora brigasca, alle varietà di granaglie di leguminose coltivate, all’interdipendenza nella lavorazione della lana (follo di Upega) o al commercio dei prodotti derivati dall’allevamento, alla riscossione delle decime, ma anche alla varietà ed alle peculiarità della cucina o alla particolarità della struttura delle malghe e dei ricoveri stagionali.

Legati alle attività umane, sono ancora vivi nella memoria della gente, i momenti di incontro sia nei centri abitati (le feste patronali, anche quelle delle malghe) o quelle in quota (Sant’Erim, Madonna della Neve, S. Bernardo e, più recentemente, la festa del Redentore sul Saccarello) che costituivano uno “stacco” provvidenziale alla dura vita di tutti i giorni.

Questi crinali e queste strade, nel corso dei secoli, sono state percorse da personaggi molto diversi, ma di grande fascino nell’immaginario collettivo: contrabbandieri, militari, “barbetti” briganti, nobiluomini, ecclesiastici ecc.

Oltre alla quotidianità ed alla stagionalità dei percorsi, tali strade e vie erano utilizzate, in passato, per eventi particolari: la transumanza e la fluitazione del legname lungo i corsi d’acqua per esempio; vi erano poi le vie che legavano i centri abitati permanentemente a quelli utilizzati per una sola parte dell’anno: le malghe e gli alpeggi, che permettevano il recupero importantissimo di tutte le risorse che l’ingegno dell’uomo riusciva a sfruttare.

Oggi abbiamo realizzato strade carrozzabili e le antiche vie militari, opportunamente riconvertite, sono utilizzate solo a scopi pacifici: turistici ed economici.

Sulla scorta dell’esperienza che la storia ha tramandato, è fortemente auspicabile un recupero organico di questa ragnatela viaria che, per i capricci delle scelte degli uomini, assume un valore particolarmente importante perché è, di fatto, un raccordo internazionale.


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