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Chiesa di Santa Margherita

IL BORGHETTO

Un tempo tra i due paesi di Mendatica e Montegrosso Pian Latte, dove oggi rimangono solo la chiesa tardo medievale e la strada soleggiata che porta alle cascate dell’Arroscia, esisteva un piccolo borgo chiamato appunto il Borghetto, che si trova citato per la prima volta in un documento ufficiale risalente al 1328.

Secondo la tradizione orale il Borghetto era formato da nuclei abitativi molto divisi e in competizione tra di loro, alcuni posti sottovento, altri in luoghi isolati e soleggiati, altri ancora a tramontana o nei posti più umidi e freddi: ognuno di questi avrebbe voluto costruire la propria chiesa parrocchiale, ma non intendeva permettere agli altri di averne anch’essi una. Secondo la leggenda ogni volta che qualcuno scorgeva il suo vicino nell’intento di tirar su la costruzione, prontamente, al calare delle tenebre, iniziava la sua opera di sabotaggio e demolizione, al punto che nessuna delle frazioni riusciva mai a portare a compimento la propria chiesa. Per porre fine a tutto questo l’assemblea di capifamiglia decise un giorno la costruzione di un’unica chiesa parrocchiale da realizzarsi grazie al contributo di tutti e in una posizione strategica, centrale ed equidistante, rispetto ad ogni abitato: fu così che nacque la chiesa di Santa Margherita, unica memoria visibile rimasta dell’intero borgo, distrutto nel 1625 durante una delle tante battaglie tra la Repubblica di Genova e il Ducato di Savoia per il dominio sul territorio dell’Alta Valle.

LA CHIESA DI SANTA MARGHERITA

La chiesa di Santa Margherita, posta in posizione dominante sul crinale che unisce Mendatica alla zona rivolta al Frontè, rimane quale segno, scolpito nella pietra, di una storia fatta di cambiamenti e passaggi.

Dopo aver perso il ruolo di parrocchiale in seguito alla distruzione del Borghetto, per un certo periodo di tempo essa divenne infatti riparo temporaneo per contadini, pastori e viandanti che si spostavano da un capo all’altro di quei luoghi e, durante la Prima Guerra Mondiale fu scelta come alloggio per i prigionieri polacchi impiegati nell’allargamento della mulattiera sottostante diretta al Ponte dei “Gruppin”.

Negli anni Settanta del Novecento la suggestiva visione della chiesa e il pregevole ciclo di affreschi conservato al suo interno, attirò l’attenzione dell’esploratore norvegese Thor Heyerdhal che la scelse come luogo propizio per stendere i suoi diari di navigazione oceanica. Chiuso in quell’aula bianca impreziosita dai soli colori dei dipinti a fresco, solo con la sua macchina da scrivere, egli divenne poco a poco parte integrante di quei luoghi e motivo di interesse e curiosità per gli abitanti del paese che, come improvvisamente lo avevano visto apparire tra quelle mura bianche, così da un giorno all’altro ne rimpiansero la presenza rassicurante dopo il suo allontanamento.

 

IL CULTO DI SANTA MARGHERITA

La devozione rivolta a Santa Margherita deve essere posta in relazione al momento del parto, un evento che in passato era considerato estremamente delicato, soprattutto per i pericoli in cui potevano incorrere madre e bambino. Per questo motivo nel mondo agro-pastorale, in cui anche Mendatica può essere collocata, si riteneva giusto porre la giovane madre sotto la protezione, non solo delle mani esperte delle donne della comunità, ma anche sotto quella delle sante protettrici.

Il culto rivolto alla nostra santa deve essere collocato ancora nella dimensione magica delle pratiche terapeutiche più antiche e precristiane che traeva la sua forza dall’analogia tra le vicende umane e quelle dei martiri. Secondo la tradizione infatti Santa Margherita subì, durante il suo martirio, sofferenze di ogni genere che, nonostante tutto, la portarono alla fine ad uscire vittoriosa dal ventre del drago che l’aveva divorata. Per imitazione dunque quest’ultima vittoria della santa propizierebbe per le partorienti l’uscita senza pericoli del neonato dal ventre materno.

Quando però la chiesa di Santa Margherita perse il suo ruolo di parrocchiale il culto della santa fu sostituito da quello della Vergine, simbolo per eccellenza della purezza: una donna cioè che nonostante avesse provato l’esperienza del parto aveva comunque mantenuto intatta la sua verginità e per questo costituiva un modello di perfezione assoluta cui tendere e la figura migliore a cui chiedere aiuto e intercessione a Dio.

LA CHIESA DI SANTA MARGHERITA

  • FASI COSTRUTTIVE:

Della storia di Santa Margherita ci rimangono tre date incise nella pietra in tre punti differenti della chiesa. La prima è il 1512, scolpita sul portale laterale e risalente probabilmente ad una ristrutturazione o ricostruzione dell’edificio sacro (la chiesa infatti presenta fasi costruttive diverse), segno che nel XVI sec. la comunità del Borghetto trascorse un periodo di floridezza economica, che la spinse ad ampliare la propria chiesa. L’anno 1518 invece è presente sulla pietra a sostegno della volta di copertura del piccolo abside (parte finale circolare) e si riferisce con ogni probabilità all’anno di realizzazione della stessa volta. Il 1531 infine è posto in conclusione all’epigrafe dipinta sull’imposta dell’arco a metà della parete destra, dov’è affrescata la testimonianza di una vendita di un terreno alla chiesa.

  • PITTURE MURALI:

Gli affreschi, così come si possono ammirare oggi, sono frutto di un restauro intrapreso tra il 1968 e il 1969 dalla ditta Torsegno di Genova sotto la direzione dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri; un restauro però non sempre operato scientificamente, ma rivolto piuttosto ad offrire una comprensione immediata delle scene del ciclo.

Quest’ultimo può essere suddiviso in due parti: da un lato le pareti intorno all’altare affrescate con le storie di Santa Margherita d’Antiochia, dall’altra il tradizionale ciclo con la Passione di Gesù Cristo.

La narrazione della vita della santa vergine segue la leggenda tramandata nel XIII sec. da Jacopo da Varagine, secondo la quale Margherita, figlia del sacerdote pagano Teodosio, ma convertita al cristianesimo grazie alla sua nutrice, sarebbe stata perseguitata e uccisa da Olibro, prefetto romano che di lei si era invaghito.

ABSIDE:

Figure di Santi: San Giovanni Battista, San Lazzaro.

Annunciazione.

Le storie di Santa margherita:


PARETE DESTRA

1

2

3

  1. Margherita si vota a Gesù.
  2. Margherita custodisce le pecore; l’incontro con Olibro.
  3. La Santa viene condotta da Olibro.

VOLTA ABSIDALE:

La Santa nel ventre del drago

PARETE SINISTRA

4

5

6

  1. Margherita imprigionata.
  2. La Santa viene fustigata
  3. Margherita immersa nell’acqua bollente e decapitata.


PARETE DESTRA: Il ciclo della Passione di Cristo


1

2

3


4


5

8

6

7

9

 

 


  1. Resurrezione di Lazzaro
  2. Entrata in Gerusalemme
  3. Ultima Cena
  4. Scena del legato (imposta dell’arco della prima campata della volta)
  5. Lavanda dei piedi
  6. orazione nell’orto
  7. Giuda stringe il patto con il sacerdote; Giuda prende i denari
  8. Arresto di Gesù
  9. Tre Sacre Conversazioni (Madonna col Bambino e Santi)

CONTROFACCIATA:

1

2

3

  1. Orazione nell’orto
  2. Resurrezione di cristo
  3. Discesa di Gesù al Limbo

PIETRO GUIDO DA RANZO

Il ciclo di affreschi della chiesa di Santa Margherita si deve alla mano di Pietro Guido da Ranzo, un artista attivo in tutta la Valle Arroscia agli inizi del ‘500, padre di alcuni dei più importanti lavori a fresco che si trovano nelle chiese del territorio, come quello di San Pantaleo a Ranzo, suo paese di origine, o quello conservato nel Santuario della Madonna bambina di Rezzo.

Pietro Guido si formò probabilmente nella bottega di Tommaso Biasacci ad Albenga alla fine degli anni 80 del ‘400 per poi trasferirsi a Genova dove la sua presenza è attestata tra il 1499 e il 1503 in quanto iscritto alla Matricola artis pictorie et scutarie.

Nel ciclo della chiesa di Mendatica, come anche nei suoi lavori precedenti, Pietro Guido da Ranzo mostra uno stile semplice, immediato ed efficace, capace di dar voce allo spirito religioso della gente di montagna, uno stile attardato, ma proprio per questo in grado di incontrare il favore del gusto estetico dei paesi dell’entroterra, sensibili ad un’espressività diretta, senza troppi fronzoli e facilmente comprensibile da tutti, e non ancora toccati da quell’ondata di rinnovamento stilistico e vivacità artistica che si stava già respirando da tempo nelle grandi città della penisola.


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