Chiesa dei Santi Nazario e Celso
LA CHIESA DEI SS. NAZARIO E CELSO
“Quasi ai piedi di superbo monte e al fine della valle d’Arosia (= Arroscia), nel cuore di feconda campagna vicin alle correnti aque à mezo giorno del fiume Arosia, che à gran copia prende l’origine da vivo e freddo fonte nell’apennino Frontero (= Monte Frontè) [...], trovasi il luogo di Mendatica, nel cui mezzo li habitatori fin da primi anni piantarono sacra Chiesa alli due Campioni Nazario e Celso, ferme colonne di nostra fede...
(Brano tratto dal Sacro e vago Giardinello, manoscritto del canonico Ambrogio Paneri sulle visite pastorali alle chiese della diocesi di Albenga effettuate dal Vescovo Pier Francesco Costa tra il 1630 e il 1640).
LA CHIESA ROMANICA
Stando alle informazioni registrate negli archivi della comunità di Mendatica, la Chiesa Parrocchiale, intitolata ai Santi Nazario e Celso, viene consacrata il 16 luglio del 1380, poi ampliata, riedificata e consacrata una seconda volta – assieme al cimitero e alla nuova casa canonica – circa una settantina d’anni dopo, nel 1451 (si pensa per un consistente aumento della popolazione). L’ingresso si trovava dalla parte opposta rispetto a quello che vediamo oggi, e la sacrestia confinava con il campanile. Monsignor Costa, Vescovo di Albenga, visita la Chiesa all’inizio del 1600 e ci lascia una testimonianza preziosa: egli nota che l’edificio ha tre navate, divise da colonne, un’area per il coro posta ad est e pareti affrescate con le vite dei santi (datate al 1490), mentre di fronte ad esso si trova un’ampia e bella piazza.
LA RICOSTRUZIONE BAROCCA
Fra il 1600 e il 1700 vengono costruite chiese anche negli altri borghi della Valle Arroscia, secondo le nuove direttive del Concilio di Trento e i dettami del barocco, ultima moda artistica; il parroco di allora, Don Giuseppe Maria Gastaldi, sente perciò il dovere d’invitare i suoi fedeli a collaborare alla costruzione di un edificio più adatto ai nuovi bisogni religiosi: così, il 20 luglio 1760, l’architetto Domenico Belmonte, alla presenza del notaio Pier Antonio Sciandini, vede convalidato il proprio progetto e cinque giorni più tardi, durante le celebrazioni per San Giacomo (allora festa di precetto come tutte quelle dedicate agli apostoli), il notaio Matteo Roggio, in funzione di pubblico Segretario della Comunità, convoca il parlamento generale sul sagrato della chiesa, dopo la messa. Qui è messo a votazione il disegno proposto dal Belmonte, insieme al preventivo di spesa di Lire Dodicimila, che viene approvato quasi all’unanimità.
Il 5 settembre dello stesso anno si pone la prima pietra, e dopo soli quattro anni, il 21 novembre 1764, verrà inaugurata l’opera conclusa.
Nel XIX secolo si procede all’affresco della volta interna, mentre gli stucchi sono impreziositi da laminature in oro zecchino; un altro intervento risale al finire dell’800, quando il forte terremoto che colpisce gran parte del Ponente ligure danneggia la torre campanaria.
IL RESTAURO MODERNO
I lavori di restauro degli ultimi anni si sono svolti in tre diverse fasi, che hanno coinvolto principalmente la copertura, le facciate e il campanile della chiesa parrocchiale.
Il primo obiettivo è stato quello di porre rimedio al grave degrado del tetto, che cominciava a ripercuotersi sul resto della struttura: l’intelaiatura portante in legno e ciappe provenienti dalle cave locali era ancora quella del primitivo edificio parrocchiale in stile romanico e, come naturale conseguenza della sua a dir poco veneranda età, risultava altamente compromessa dalla secolare azione degli agenti atmosferici, che avevano lentamente esfoliato e crepato in più punti le lastre di ardesia, causando infiltrazioni d’acqua e macchie di umidità sulle volte sottostanti, oltre al parziale cedimento del tavolato ligneo. A peggiorare la situazione, la mancanza di una canalizzazione adeguata al deflusso dell’acqua piovana, che aveva ridotto i muri portanti a delle vere e proprie spugne. Il restauro ha quindi privilegiato il consolidamento della copertura, sempre nel rispetto delle tecniche costruttive e dei materiali originari, al fine di mantenere intatto il caratteristico rivestimento in ciappe: è stato reimpiegato tutto quello che era ancora possibile recuperare e sostituito ciò che era in condizione di degrado, dopodiché si è proceduto all’impermeabilizzazione della copertura e all’ampliamento della canalizzazione con nuovi materiali.
Per quanto riguarda le facciate, si è provveduto alla pulitura delle incrostazioni, alla sostituzione delle parti più deteriorate con inserti in pietra dello stesso tipo di quella originaria, al rifacimento degli stucchi rovinati, al recupero degli elementi in ferro.
Infine, per il ripristino del campanile, che presentava numerose crepe superficiali, macchie di umidità, muffe, patine e muschi che compromettevano la solidità e l’estetica della muratura nonché delle cornici e degli elementi decorativi, il lavoro ha interessato per lo più la pulitura con stuccatura delle fessure, la sostituzione dell’intonaco con analogo materiale, il restauro delle decorazioni e del quadrante nord dell’orologio.
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